“Buongiorno”, disse l’uomo con tre dita entrando nel negozio. “Buongiorno” rispose Barnaba, e, riconoscendo al volo il cliente, porse immediatamente lo strumento. “Grazie maestro” disse il chitarrista al signor Barnaba, e, dopo averlo guardato minuziosamente, fece una smorfia di disappunto. Barnaba non si lasciò scalfire da quello squallido cenno. Data la sua esperienza, era ben consapevole di aver realizzato uno strumento che rasentava la perfezione, pertanto decise di identificare quell’ inutile pretestuoso atteggiamento, come un “solfeggio”!. Acidamente l’uomo, che chiameremo ormai come meglio ci garba, chiese: “posso provarlo?” “Certo!”, rispose solfeggiando Barnaba, che chinando la testa, nella speranza di redarguire lo sciocco cliente, gli offrì immediatamente sgabello e poggiapiedi. E fu così che il chitarrista a tre dita, dopo aver provato l’accordatura,che tra l’altro era stata approntata da Barnaba in modo impeccabile, dandosi un po’ di arie, cominciò dieci minuti di soporifero riscaldamento. Blin blom blim blam blomblimblam. Barnaba capì immediatamente con chi avesse a che fare, ma mai come in quell’ istante ne fu consapevole, però, se il suo primo lavoro era costruire strumenti, era altrettanto vero che il suo hobby era quello di mettere qualcosa di dignitoso sotto i denti e, di conseguenza, decise di fingersi interessato e piacevolmente colpito dal suonatore, guardandolo con una faccia, che lui amava definire del “liutaio attento”. Faccia che ormai si era studiato negli anni con molta molta cura e che gli consentiva di essere fisicamente vicino al cliente e mentalmente altrove. Alla fine del riscaldamento, il cliente, cominciò una cantilena che avrebbe potuto suonare con un qualsiasi strumento, tranne che con una chitarra, rompendo così i timpani al maestro che, ormai, dando sfogo a tutta la sua fantasia, si era perso tra forme strane e profondi suoni, provenienti più che altro da nuovi e lontanissimi mondi. Mondi tranquilli che festeggiavano gli eventi con il rapido susseguirsi di celestiali colori. Trasportato da soffici nuvole vide tigri e leoni, sorridenti, giocare a mosca cieca con stambecchi e agnelli. Fiori danzare al suono di una serie di orchestre che si facevano concorrenza!!!!!!!!! La prima, composta da grilli in smoking e occhiali da sole, fumando sigari cubani proiettava luci diffuse che miste al gusto senape condivideva sandwich e sigarette colorate con maialini dal comportamento ineccepibile. La seconda orchestra, composta da cicale e vermi vari, proiettava immagini new age, ma con l’ausilio del suono retrò di violini, viole e violoncelli rendeva il ritmo orticante, misterioso e di sicuro effetto. Barnaba fu colpito dalla terza orchestra, composta da zebre, cavalli e leoni, che, sfoggiando criniere irrigidite da enormi quantità di brillantina, sfidavano in modo plateale delle piccole scimmie dalla coda pelosa. Il ritmo, lento e bizzarro, si mescolava, a loro piacimento, prima ad un incredibile odore di liquirizia, poi all’incessante tam-tam che proveniva da lontano, e, interpretando l’andamento quasi autonomo di un benessere diffuso, sfruttava le varie pause suonando a ritmo di jungle style, mai sentito prima. Ad un tratto i colori di tale visione si impossessarono dei suoi occhi e della sua mente e, a quel punto, il Barnaba pensò : “forse sono al sud del mondo!”, e sudando, a causa dell’ incessante percussione che lo travolgeva e che accompagnava da tempo il suo ritmo cardiaco, ebbe una visione che, almeno in apparenza appagò i suoi sensi a tal punto da scoprire, travolto in modo definitivo dall’ entusiasmo che era solito coinvolgerlo, che le sue sigarette lasciarono spazio a quantità esorbitanti di materia cerebrale sparsa nel corridoio della sua esistenza e la coppia di polmoni che ormai stanca era costretta ad accompagnarlo fino alla fine dei suoi giorni ne fu grata in modo plateale. Fu proprio in quell’istante, ricco di estasi, che gli venne in mente un nuovo strumento scaccia pensieri. Il “Jafranja”. Strumento del quale, più avanti, avremo modo di apprezzarne sia le doti che la notevole quantità di difetti che lo rendono unico nel suo genere. La piacevole emozione che si stava regalando cessò nel momento in cui il suonatore disse, lasciando trapelare tutto il suo malcontento,: “il suono non tanto mi convince, comunque….” . Barnaba spezzò la frase, faticando non poco per ritornare nella realtà, e con la solita calma, che gli era propria, gli disse: “lo strumento è stato realizzato con legno di altissima qualità e le proporzioni sono state rispettate tutte”. Nel contempo gli fece notare come le rifiniture fossero di pregio e che tutti i pezzi aggiunti fossero stati trattati con prodotti che garantivano una lunga conservazione. “Va bene, anche se non mi convince del tutto, la prendo. Però mi deve dare una lucidatina qui!” “Dove?” chiese Barnaba. “Proprio qui”rispose, puntando una delle tre dita. Immediatamente prese cera e straccio e cominciò a lucidare, anche se in realtà non vi era alcuna necessità. “Visto che si trova “ continuò il cliente “può stringere le vitine delle chiavi per l’accordatura? Sa si sente la vibrazione! La sente?” Non sentendo alcuna vibrazione Barnaba disse: “devono soltanto assestarsi non le pare?” “Noo! mi creda, io gli strumenti li conosco bene” rispose, grattandosi un orecchio con la mano buona. Barnaba prese qualche attrezzo e fece finta di stringere le vitine. Chiese immediatamente: “la ripongo nell’astuccio?” “Un attimo” disse lo strimpellatore a tre dita, “non ritiene opportuno montare delle corde nuove?” e Barnaba, pur di stringere i tempi, disse, sapendo di mentire:“le do un consiglio, faccia assestare per bene il legno e poi potrà cambiarle!” Ma,dato che era esperto, decise di dargli il colpo finale dicendo: ”infatti le do sei corde nuove e quando sarà il momento le cambierà. Non si preoccupi per il tempo, lei è un esperto e quando sarà il momento se ne accorgerà. Ripongo in astuccio?” “E’ giusto disse non ci avevo pensato ok riponga!” “Grazie”, rispose Barnaba guardando il musicista con occhi stanchi. Già! Occhi stanchi e appesantiti, ma non dal lavoro bensì, dalla routine che scandiva ormai i suoi giorni da anni. “Dobbiamo però rivedere il costo, dovrà farmi uno sconto! Non le pare?” e Barnaba: “guardi , ho impiegato molto tempo per poterle preparare lo strumento e se considera il costo dei materiali e il costo della vita, con la sua domanda mi imbarazza! Non le pare?” rispose facendo segno al cartello, ormai sbiadito, posto sul banco. Sul cartello vi era scritto: “Prima di chiedermi lo sconto sappiate che sono cintura nera di karatè e oggi mi sento un po’ nervoso. Rivolgersi all’ ufficio reclami” e sotto alla scritta c’era disegnata in modo vistosissimo una freccia che puntava a destra del banco . Quando il cliente girò gli occhi vide immediatamente una mazza ferrata con su scritto a lettere cubitali “ufficio reclami”. Non rise molto però pagò e prese il suo strumento. Uscendo salutò il Barnaba con un tono soddisfatto e Barnaba ricambiò con un solfeggio. Ormai Barnaba era perso e sconvolto capì che la sua epoca era tristemente passata e lacerata. Si rese conto che sembrava uno stendardo svolazzante. “Bandiera” si ma di quale stato? Una breve visione del passato lo ricatapultò nel presente e ben presto finalizzò i suoi pensieri. “Nessuno”, ma dato che era un tipo forte e non indietreggiava mai (in modo particolare quando qualsiasi situazione gli fosse sfavorevole), decise di autogiustificarsi, e disse “in che stato?” La risposta non se la diede mai però comincio a ricordare i vecchi tempi di quando accontentava tutti, in modo particolare i clienti strani, anzi più erano strani e più i suoi strumenti funzionavano meglio. Gli venne in mente “l’inglese”. “L’inglese si che era strano”. ... Ricordò quel mattino uggioso e ostile in cui le sue scarpe nere lucidissime avevano fatto il loro ingresso nel negozio del giovane Barnaba,con passo leggero e calcolato come se fosse stato un gentiluomo del passato catapultato chissà come nel presente.Si era sistemato gli occhiali sottili e rettangolari sul naso con un gesto fine delle dita abbronzate(il che era già notevolmente insolito per un inglese),e due limpidi occhi azzurro chiaro sorrisero attraverso le lenti dalla montatura grigio piombo. "Hi"- borbottò allegramente,con una voce scattante come un felino così in contrasto con l'atteggiamento apparentemente pacato e raffinato. "Buon...buongiorno"-aveva balbettato Barnaba interdetto-"desidera?" ...L’ inglese schizzava tic a più non posso, infatti, prima di presentarsi, ebbe uno scatto composto da un vocalio,” Piritic piritic” e da un insieme di movimenti eseguiti in apnea quasi simultanei. Infatti, mentre agitava la testa e la spalla verso destra, muoveva in contemporanea, il labbro superiore in avanti e quello inferiore verso sinistra. Nonostante questo piccolo difetto, era un tipo pieno di se al punto da non rendersi conto della sincope che provocava a chi gli era vicino, anzi si pavoneggiava usando termini, secondo lui indecifrabili, tipo cefalea ed emicrania, tramutando così, la sua inesistente voglia di lavorare, in problema statale. L’inglese si rivolse a lui per un flauto traverso. Alla sua richiesta, fatta durante le pause dei suoi maniacali tic, a Barnaba venne istintivo solfeggiare ma si trattenne per non offendere. Con la solita professionalità Barnaba cominciò a prendere le misure necessarie per la realizzazione del flauto e tra un tic ed un solfeggio portò a termine la prima importante parte del lavoro. L’inglese spiegò a Barnaba che il flauto gli occorreva perché, essendo un artista di strada, voleva dare un tocco di classe al suo spettacolo. Questa cosa colpì il maestro in modo positivo tant’è che chiese: “ dove eseguite il vostro spettacolo?” E l’inglese, pavoneggiandosi, tra un tic semicomplesso e il suo classico vocalio, rispose: “ tutti i sabato sera piritì sono nella pia piritìpiritì zza centrale. Sa io ho girato molto, Londra, Parigi, Mosca, Vienna piritì, Salisburgo e quindi non posso accontentarmi di un angolo qualsi piritìpiritì asi”. Ad ogni vocalio corrispondeva un gesto sincopato composto dall’ allungamento del mento verso il basso, dallo spostamento del gomito destro verso l’esterno e la rotazione di un ottavo di giro della caviglia sinistra, scuotendo così forte la testa che tutta la forfora, di cui era ben fornito, lo trasformava in un carillon natalizio in versione quasi umana. Il Barnaba non si fece trovare spiazzato infatti, con un abile colpo di gambe, si era preventivamente allontanato dall’inglese senza che lo stesso ne sospettasse il motivo. Verso sera il Barnaba decise di vedere all’opera l’inglese. Il maestro indossava abiti discreti per passare inosservato e, recatosi in piazza, attese l’ora dello spettacolo mettendosi nell’angolo più tranquillo. Ad un tratto lo vide arrivare in una lussuosa vettura. L’inglese scese e con violenza tirò per la coda una piccola scimmia denutrita e con il viso sofferente. Legata la scimmia al paraurti si sistemò il frac a strisce bianche e rosse e si mise in testa un cappello a cilindro gigante dai colori sgargianti. Montò un palchetto tondo, un leggio con su dei fogli ed uno stereo gigante e immediatamente dopo sciolse la catena per legarla nuovamente al palchetto ponendovi la scimmia sopra, e, accendendo lo stereo, diede inizio allo spettacolo. Di colpo nella piazza si sentì il suono della sinfonia numero quaranta di Mozart che fece accorrere la gente in modo elegante e composto. L’inglese con la bacchetta in mano fingeva di dirigere un’inesistente orchestra, I suoi movimenti erano uno squallido modo per nascondere i suoi numerosissimi tic e cominciò lo spettacolo cercando di coinvolgere il pubblico con un irriverente addestramento di scimmia Gli astanti, scandalizzati, rimasero per qualche minuto esterrefatti e l’inglese credette, maniacalmente, in un suo personalissimo successo. Fu allora che, travolto dai suoi effervescenti tic, urlò: “piritìbestiaccia, piritì salpiritìpiritìta, bapiritìlla” rivolgendosi alla scimmia che, schiava di tanta deficienza, si limitava ad eseguire quello che divertiva il capo ( e solo il capo). La gente ormai inorridita donava monetine alla scimmia e tirava noccioline all’inglese che, colpito da un irrefrenabile miscuglio di tic, non sapeva quale parte del suo corpo si muovesse prima. Il linciaggio, da parte della gente, fu evitato solo perché l’inglese tra un “piritì” e un ondulamento mascellare cadde vinto dalla stanchezza. Barnaba, che ormai non si scandalizzava più di niente, visto il penoso spettacolo, prese la sua decisione e pensò: “costruirò un flauto traverso eccezionale”. Immediatamente tornò nel suo laboratorio prendendo carta e penna cominciò a progettare un flauto traverso che ad ogni tic dell’inglese gli si attaccava automaticamente alle dita e alle labbra e non mollava la presa. Dopo lunghe ore di lavoro e di progettazione lo strumento fu completato. Come era solito Barnaba curò ogni piccolo dettaglio e il flauto diventò la sua ennesima opera d’arte. Quando l’inglese entrò in negozio disse: “buon piritipiritìgiorno” muovendo a scatti velocissimi , contemporaneamente, sia l’anulare che il mignolo della mano destra. “Buongiorno” rispose Barnaba che immediatamente diede il flauto al cliente. Scintillava così tanto che l’inglese per poterlo ammirare meglio si stropicciò due volte gli occhi. “E’ vera pirititi mente bello, che dice suona?” disse con la sua solita irriverenza. “Lo provi” rispose Barnaba sperando che il cliente accettasse. “Dopo a casa” continuò l’inglese, ignaro del fatto che Barnaba l’avesse visto all’opera, e disse : ”deve sapere che io lavoro in coppia e preferisco sempre piritìpiritì provare con la mia partner”. Barnaba disse: “come desidera! Posso riporlo nell’astuccio?” “Certo” rispose l’inglese e prendendo il suo strumento ticchettando se ne andò. Barnaba pensò: “sabato non è lontano “ e cominciò la sua attesa tra una sigaretta e un solfeggio che misto a spuntini di carote, prosciutto di cinghiale e formaggio tagliato a scaglie lo resero tanto calmo quanto irriverente nei confronti dell’avvenire che, lui stesso, preannunciandoselo, aveva deciso. Dopo qualche giorno, è inutile dirlo, i solfeggi non potevano più essere contenuti a tal punto che gli sbuffi, derivanti, forse da un’immaginaria tromba jazz o dal borbottio di un sax, che da sempre aveva ipnoticamente attratto il maestro, si scekeravano esattamente come le scintille dei divertenti fuochi artificiali abbinano paurosi suoni a sublimi visioni. Per tanto scopriamo che gli attimi composti dal miscuglio di benessere e malumore irrigidirono in modo tale il Barnaba che non bastarono sigarette e psicoviaggi a donargli sollievo. Finalmente il sabato sera era quasi arrivato Barnaba aveva atteso quel momento per ben cinque giorni, la sua barba era talmente ispida da sembrare carta abrasiva, i suoi occhi erano furenti e la sua tensione era ai limiti del concepibile tant’è che i suoi polmoni, dopo aver respirato qualche migliaio di sigarette, non fecero il minimo cenno di rivolta per paura che Barnaba li prendesse a morsi. Arrivò in piazza e si appostò al solito angolo tranquillo. Finalmente la lussuosa auto arrivò. L’inglese, con il suo stile ed i suoi tic, scese dalla vettura con un’aurea diversa e, come al solito, pieno di se. Sembrava quasi che le sue scarpe, lucidissime, non toccassero terra ma si mantenessero sollevate dal piano di quel tanto che bastava per donargli un’aria di santità e di mistero. La scimmietta, ancora più impaurita del solito, si autoincatenò felicemente alla vettura dando allo sprovveduto, ma sempre pieno di se, inglese la possibilità di sistemarsi l’abito che si era fatto preparare per l’occasione Non indossava infatti il solito frac a strisce ma, per l’evento, indossava un pantalone rosso vermiglio alla zuava, un bluson bianco con volants alle maniche e al collo, ed in fine un mantello a collo alto di vigogna rossa con ricami dorati che facevano a pugni, come se fossero dottor Jekyll e mr Hide, con la sua collana dorata con medaglione di dimensioni giganti. In quel momento cielo e terra, consapevoli del futuro avvenimento, avrebbero voluto prepararsi ad un evacuazione totale ma, non avendo avuto il permesso de nessun’entità a loro superiore, dovettero accettare il difficile compromesso che gli eventi avevano stabilito. L’inglese disse alla povera scimmia: “piriti prepa piritì rati bestia con il cestino, oggi i piritì soldi li dovrai raccogliere piritipiriti con la pala grazie a me piritì”, e accese lo stereo portandosi il flauto alle labbra. Dallo stereo uscirono le prime note del volo del calabrone, incuriosendo la gente che si avvicinava, e, fingendo di suonare, iniziò a muoversi, ma in quel preciso istante gli venne un tic di dimensioni esorbitanti, riuscì a muovere piedi, testa e naso nella direzione di nordest mentre le ginocchia puntavano a sud e i gomiti verso direzioni a noi sconosciute mentre la testa tremava come se avesse preso una scarica elettrica di dimensioni inaudite. Di colpo il flauto gli si attaccò alle dita e alle labbra e l’inglese immediatamente capì che qualcosa non andava e il panico lo assalì, ma la musica ormai montava i tic si moltiplicavano e il flauto non mollava la presa trascinandolo prima in un vorticoso e complesso gioco composto da note e fogliame che si intrecciavano e sbeffeggiavano il suonatore, poi il fogliame si dileguò ridendo a crepapelle e le note fecero comunella con degli spiritelli con occhi rossi e testa a palla di strumenti deceduti gia da qualche secolo che, non contenti, si fecero accompagnare da altri spiritelli loro amici. Due erano gli spiritelli di leggii e uno lo spirito dello spartito della sinfonia di Mozart che da sempre era stata scimmiottata dall’inglese. Gli Spiritelli entravano ed uscivano dagli abiti del povero sprovveduto tirandogli con molta calma i peli, poi, non contenti, si infilarono nei calzini e cominciarono a consumargli i piedi a partire dai mignoli. La sinfonia intanto continuava anzi aumentò il ritmo e l’intensità consentì agli spiritelli, che ormai finito con i piedi si erano trasferiti nel naso, di fare il loro tanto desiderato girotondo nasale. La gente presa dal panico cominciò a correre lasciando sul posto di tutto, ciambelle, chupa chups, biciclette senza manubri e qualche furbo lasciò, ma non del tutto sbadatamente, la sua puzza di piedi. Ormai l’inglese volteggiava nell’aria e circondato dalla sua forfora, che ormai aveva una sua struttura pensante, sembrava quasi una stella cometa, ma l’effetto durò poco perché la stessa decise di darsi alla fuga. Ormai il pagliaccio di strada era diventato qualcosa di inutile alla mercè degli aventi. Tutto di lui puzzava di inutile, anche la sua magnifica auto, infatti il colore, che ormai era appassito, pian piano decise di dileguarsi e quando scoprì che poteva morire sull’asfalto chiamò in modo concitato anche il carburatore e i pistoni che, manco a dirlo, si affrettarono a seguirlo e, con un ultimo sforzo, cercarono di avvisare lo sterzo e gli sportelli che ingenuamente rimasero titubanti. D’un tratto un Dio, o forse un semidio, sentito l’enorme baccano, si affacciò per controllare cosa stesse accadendo. Resosi conto urlò: “Barnaba”, ma Barnaba trafficava con la catena della scimmietta per poterla liberare. L’entità decise che il tutto doveva avere fine e così fu. La scimmietta fu libera e quando l’inglese si riprese vide Barnaba e disse senza alcun vocalio strano e nessun tic: “avete visto cosa sono in grado di fare?” Barnaba rispose:”certo avete suonato il flauto in modo divino. A quando il prossimo spettacolo?”e l’inglese replicò:”non so, forse mi prenderò un periodo di vacanza”. Barnaba andandosene lo salutò e gli disse:”lei sa dove trovarmi, se dovesse avere bisogno”. In quell’istante entrò un cliente e lui, rimettendo i piedi sulla terra, disse:”buongiorno” e tutto ricominciò.
Questa volta UNA cliente...era una ragazza dal viso bellissimo, gli occhi dolci color miele e le mani delicate, profumava anche di miele e un po' di biscotti, tanto che a Barnaba venne un languorino. La ragazza però era grassa, anzi, grassissima, ci vollero due sedie per farla accomodare e, per dirla tutta, qualcosa debordava un pochettino, comunque.. " Sono un'arpista" esordì lei "Un'artista, dunque? " fece eco Barnaba " Un'arPIsta, monsieur Barnabà, suono l'arpa" replicò Dolce-miele, la ragazza " Un'arpista- artista, ho capito! " replicò monsieur un po' piccato. Non gradiva si dubitasse del suo udito: l'orecchio era una qualità essenziale per un creatore di strumenti musicali. La fanciulla sorrise, la stanza prese luce dai suoi occhi, le sedie cigolarono minacciosamente. " Vous..potete fare uno strumento pour moi, oui? Monsieur Barnabà, tal quelle je posso sonàr?" battito di ciglia, Barnabà sudò un pochino... " Certo, mademoiselle...lasciatemi pensare..." Mademoiselle per lasciarlo pensare meglio si accomodò più a fondo sulle sedie, che cigolarono forte, dolorosamente. Barnaba guardò preoccupato, ma era imbarazzato, non sapeva come suggerire alla cliente di stare ferma, anzi, avrebbe fatto meglio ad alzarsi, temeva che le sedie...e accadde. Sì, purtroppo accadde:le gambe delle sedie cedettero, si aprirono come un fiore che si arrende alla fine della sua esistenza e non ressero oltre il peso dolce-miele, e la ragazza rovinò a terra, molto dignitosamente, ma inequivocabilmente, con un sussulto che fece tremare e tintinnare tutte le vetrine...la borsetta stretta sulle gambe, rossa in viso...lacrime (curiose lacrime dorate, anch'esse profumate di miele) le scorrevano sul visino.. Barnaba si chinò premuroso: " Mademoiselle! Sono costernato! Queste sedie sono pessime, non ci sono più gli artigiani di una volta...materiali scadenti, lavoro di incompetenti..." annuì gravemente" Volete citarmi per danni? Ne avreste tutto il diritto! Vi siete fatta male?" " Non, monsieur...no!" Dolce-miele scosse graziosamente il capo, scintilline di lacrime luminose e colorate si sparsero intorno, turbando ancor di più l'austero proprietario..."Vous..siete tres gentìl..mais, è la storia della mia vita, purtroppo!Si rompono le sedie, le arpe! Vivo di musica, adoro la musique, respiro la musique...ma niente dura! Tout si va a rompèr pour mon terrible...peso! Je sono...trop grassa!" e scoppiò a piangere irrefrenabilmente... Barnaba si sentì sciogliere qualcosa dentro, era commosso. Il suo cervello d'artista elaborava velocemente, migliaia di neuroni si connettevano, creavano, risolvevano, come se mille schede di computer si unissero a stendere un progetto.E così fu: la soluzione gli apparve, perfetta. Cavallerescamente aiutò mademoiselle a rialzarsi ( a molto valsero le ore di palestra che faceva regolarmente)e poi con un sorriso:" Se mademoiselle vuole ripassare tra otto giorni...credo di poter fare l'arpa che fa per lei!" Dolce.miele annuì, gli occhi brillanti di speranza, strinse la mano di Barnabà con aria complice e sorrise:"Ouì..." Un angolo dell'occhio destro di monsieur tremò visibilmente, ma con un perfetto inchino salutò e accompagnò la fanciulla alla porta. Barnaba lavorò senza interruzione per una settimana, era stanco, accaldato, la sua bella tuta blu era stropicciata, i capelli un po' arruffati. Ma aveva quasi finito, ed era soddisfatto. Quando pensava a quello che era riuscito a creare con il suo genio... gli occhi brillavano e il cuore gli si riempiva di gioia.L'arpa era splendida, i materiali pregiati, il congegno elettronico che ne faceva uno strumento particolare ed unico, senza alterarne minimamente l'ottima qualità musicale, era praticamente invisibile, interamente contenuto nella base, e sulla base proprio era anche delicatamente inciso un nome, tra volute di piccoli fiori e tralci: <<DOLCEMIELE>>. Barnaba sorrise colorando l'ultima fogliolina di verde muschio n.24, esattamente la sfumatura di colore che ci voleva. Era pronto. L'indomani mattina alle nove attendeva la sua cliente in negozio e pensava che le avrebbe fatto proprio il più bel regalo della sua vita.
Alle nove in punto la vetrina del negozio si aprì e Dolcemiele entrò, ai suoi passi, ohimè, pesanti, le vetrine tintinnarono, ma la ragazza negli occhi aveva una luce di dolcezza e di speranza, subito il canarino di Barnaba, nell'ampia gabbia dell'angolo,si mise a cantare e si produsse in un assolo che aveva del prodigioso. " Mais,,,c'est magnifique!" cinguettò a sua volta Dolcemiele e Barnaba annuì gravemente. " Mademoiselle, potrà riprodurre il suono con la sua nuova arpa! Se vorrà naturalmente!" asserì . Dolcemiele spalancò gli occhi e poi la sua boccuccia assunse le fattezze di una perfetta " O " quando Barnaba scostò il telo che ricopriva lo strumento da lui creato, mentre gli occhi a pagliuzze d'oro si inumidivano, si spalancavano e rilucevano come sassolini dorati alla luce del sole. "OOOOOO"... Dolcemiele era incantata, l'arpa appariva dorata, il delicato intarsio con il suo nome le provocò un ulteriore spalancarsi della boccuccia e un umidore profuso negli occhi che cercarono subito quelli di Barnaba e li trovarono sorridenti. " Prego, mademoiselle...la provi!" Barnaba le indicò un piccolo sgabello che, con un solo, rapidissimo movimento, aveva estratto dallo zoccolo dell'arpa. Era minuscolo e la ragazza ebbe un attimo di incertezza... " Nessun timore, signorina, prego!" sussurrò Barnaba" l'ho costruito con le mie mani, si fidi!..." La signorina deglutì, sorrise: " Se LEI mi dice così, monsieur Barnabà, aussì sarà, me scertamònt!" si accomodò con agilità e lo sgabello si adattò senza nemmeno un fruscio, lei tenne stretta l'arpa tra le ginocchia e con le sue belle dita sfiorò le corde che risposero melodiosamente... Alzò gli occhi pieni di felicità sul geniale costruttore " Ottone rivestito di seta...minugia...sapevo di rivolgermi alla personne just...oui.."...mormorò. Poi, con decisione, cominciò a trarre note, accordi, pizzichi, frasi...l'armonia esplose...un'aria dolcissima si spandeva per la sala, le vetrine tintinnarono sommessamente di gioia, il canarino pensò di cambiare mestiere, monsieur Barnabà pensò seriamente a un concerto di angeli...Dolcemiele era rapita, suonava come mai in vita sua, esaltata dalla perfezione dello strumento, creava una melodia di suoni purissimi che sembravano quelli della natura, stormire di foglie, risacca di mare,canti di uccelli, echi di vento...una leggera nebbia dorata si alzava alle vibrazioni, per chi guardava dall'esterno l'immagine dell'arpista tremava impercettibilmente, quello che invece si notava era un rimpicciolirsi della ragazza, era come se le vibrazioni la accarezzassero, "consumandola", plasmandola, nella nebbiolina dorata piccole parti di Dolcemiele si fondevano nell'aria, le vibrazioni la assottigliavano, presto l'abito della ragazza divenne larghissimo e le si drappeggiò intorno come un manto di regina. Dolcemiele non si rendeva conto di nulla se non della musica, era felice, gli occhi brillavano, le sue belle mani volavano sulle corde, i capelli si erano un po' scomposti nella foga e le incorniciavano il visetto rapito, era davvero molto bella, il cuore di Barnaba batteva un po' più veloce del solito... La suonatrice sembrava volare, le sue dita percorrevano veloci le corde e i suoni scaturivano sempre vari, armoniosi, sembravano voli festosi di ali che si inseguivano,inframmezzate da raggi di sole, rese luccicanti da piccole gocce, abbellite da colori delicati e iridescenti che sfumavano uno nell'altro e poi planavano sull'ampia distesa del mare in un respiro immenso d'azzurro..la musica rallentò, divenne maestosa, onde larghe plasmate dal vento accarezzavano l'aria e brillavano intensamente, fino a bruciare se stesse ed esaurirsi spegnendosi in un silenzio che ancora conservava le vibrazioni della melodia. Dolcemiele sembrava esausta e felice, chiuse gli occhi e rimase per un po'appoggiata alla sua arpa, le mani in grembo, la fronte sul legno lucido e caldo, l'abito che le si appoggiava intorno come un paracadute sgonfiato di vento. A un tratto alzò gli occhi luminosi e incontrò lo sguardo commosso di Barnaba, anche lui turbato dalla bellezza delle note che aveva sentito: " Monsieur, il più meravilleus donò che vous pouvais faire a una ragassà..." mormorò, mentre lui si schermiva " e...comment..je suis ...l'abito, est tres large...come ho fatto? Son..sono dimagrì..." " E' solo merito suo, mademoiselle! " si affrettò a interromperla Barnaba " La bellezza della sua musica è tale che rende perfetto tutto ciò che entra in contatto con essa...ecco: ora è perfetta anche lei, bellissima concertista!" La ragazza si alzò, strinse a sè la veste come un mantello e sorridendo:" Monsieur, ho un'ultima richiesta, se permettete..Potrete portàr l'arpa personalmonte, vous, domain a soire, e potrei avoir l'honner de vous tenèr a cenà, chez moi? " Barnaba si inchinò con un breve cenno d'assenso e il cuore che gli batteva più veloce del solito, procurandogli un po' di disagio. Dolcemiele annuì, raccolse meglio il suo abito e si diresse alla porta d'ingresso del negozio. Le vetrine non tintinnarono più ai suoi passi ora leggeri e, quando chiuse l'anta a vetri, sembrò che qualcuno avesse spento una luce.
Barnaba non si disperò perchè ricordò quando...
Una mattina dal cielo coperto, nella bottega di Barnaba entrò un uomo con una tuta da meccanico, stivali antinfortunistici, mani nere di grasso e una montagna di capelli che sembravano duri come il crine di cavallo. Entrando disse: “ bongiorno scusate, mo non mi vedete così, i so meccanico e da giovane tenevo na batteria originale” (TRADUZIONE: buongiorno scusatemi, non badate al mio abbigliamento da meccanico, da giovane avevo una batteria vera) . Barnaba lo guardò divertito e rispettosamente chiese:” e poi che fine ha fatto lo strumento?”. Il meccanico disse:”siccome volevo fare il musicista e ai tempi miei non ci potevamo manco abbottare di pane l’ ho venduta e mi so messo a fatigà nda na officina”. (TRADUZIONE: mi sarebbe piaciuto fare il musicista ma dato che i tempi erano duri l’ ho venduta e ho cominciato a lavorare presso una bottega da meccanico). Barnaba disse:”sfondare nel campo musicale è dura!”. Il meccanico continuò dicendo:”infatti, ma io che ne sapevo tanno io in capa mi sentivo bittless” (TRADUZIONE: infatti, ma io all’epoca mi sentivo come uno dei Beatles). Barnaba divertito disse:” in cosa posso esservi utile?” Il meccanico disse:” oohh, mo siccome io non me la so scordata e tengo na cosa di soldi e sembre se cia fazz ma a vuless accattà!” (traduzione:ora viene il bello!!! Dato che ho ancora in mente il periodo in cui suonavo ed ho dei soldi da parte, qualora bastassero, vorrei acquistarne un'altra). Barnaba chiese:” da quanto tempo non suonate?” Il meccanico disse:” no, io ho sempre suonato!” E Barnaba:” e come facevate?” “con qualunque cosa mi che mi capita tra le mani” replicò il meccanico e continuò dicendo”io la musica me la suono in capa” (TRADUZIONE: battevo con qualsiasi cosa che mi passasse tra le mani a ritmo dei brani che mi venivano in mente) . Barnaba, estasiato dal personaggio, gli disse:”mi farebbe vedere?” e di colpo gli diede due bacchette in legno da batterista. Il meccanico, in piedi, cominciò battendo le bacchette su uno sgabello un ritmo quattro quarti e muovendo la testa si lasciava trasportare con enfasi dal ritmo Ad un tratto, con la mano sinistra, cominciò a battere su un barattolo di vernice in metallo improvvisando un piatto del charleston e con la mano destra batteva, in modo ossessivo, su un tavolo in legno dando origine ad un tamburo dalla sonorità pazzesca mentre battendo forte la scarpa sul pavimento imitava il suono della grancassa. Le luci del locale di colpo si affievolirono creando un atmosfera soffusa stile “by night” il batterista continuò, alternando l’ intensità dei colpi, spingendo il ritmo verso le frontiere più lontane che la musica potesse raggiungere. Con la testa che seguiva il ritmo, guardava il Barnaba come se volesse chiedergli: “cosa sto suonando?” Barnaba , che era un professionista serio, piacevolmente colpito con lo sguardo gli rispose:”Questo è un magnifico swing d’ altri tempi. Questa è musica per le mie orecchie”. Ad un tratto un clarinetto, che era li per essere riparato, spuntò alle spalle del Barnaba e cominciò un assolo delicato e violento allo stesso tempo lasciando degli spazi vuoti dove il batterista, dalla folta capigliatura, entrava discretamente o con vigore secondo l’impostazione del ritmo. Il clarinetto si tranquillizzò quando vide due sax arrugginiti e senza tasti, che erano sugli scaffali impolverati alla sinistra di Barnaba, fargli da accompagnatori d’eccezione. Barnaba ormai era al centro di un swing anni trenta dal ritmo ossessivo e corposo, il batterista lo guardava, il clarinetto sembrava lanciargli urla di sfida e i due sax, muovendosi in sincrono prima a destra e poi a sinistra, tiravano fuori note che sembravano i ruggiti di un leone feroce. Barnaba si scrutò un po’ intorno, e con tono serio e sguardo ipnotico, guardò tra le luci, sempre più basse, il batterista che ormai era felice preda della musica, e come se fosse un pericoloso killer della Chicago degli anni di piombo, sfoderò dall’ astuccio, che di colpo si trovò allacciato ai suoi pantaloni, la sua inconfondibile tromba facendola roteare sul suo dito medio, il che non lasciava presagire nulla di buono per i quattro sfidanti. Ormai lo swing non aveva freni e il ritmo era talmente ossessivo che i passanti nel vicolo, dove era situata la bottega di Barnaba, non camminavano normalmente ma proseguivano il loro andazzo dimenando le braccia verso l’alto e, mantenendo le gambe larghe, muovevano il fondoschiena a ritmo con il sorriso stampato sul viso. Il batterista cominciò un assolo da gran professionista alternando sonorità impossibili a ritmi devastanti invitando il clarinetto a duettare che, manco a dirlo, attendeva con ansia i momenti giusti per dettare ai sax quale fosse ormai l’andazzo! L’atmosfera resa inconfondibile non lasciava spazi a fraintendimenti e ormai tutto viaggiava in una sola direzione. Ad un tratto il meccanico lanciò le bacchette in aria e portando il ritmo con il piede destro, come se avesse una grancassa di dimensioni giganti, fece capire al resto degli strumenti che era ora di fare sul serio. Il clarino e i due sax si fermarono al comando e in quel preciso istante quattro corde di basso uscirono dal cestino dei rifiuti, dove Barnaba le aveva messe perché vecchie, e si andarono a tirare e ad accordare su una mazza di scopa. Visto il movimento l’acuto batterista attese che il basso-scopa desse il la e nell’attesa, con il piede sinistro, schiacciando una busta, con all’interno una serie di chiodini metallici, improvvisò il secondo charleston . Quando il basso-scopa attaccò tutto si trasformò. Di colpo la tuta del meccanico si trasformò in un magnifico gessato a doppio petto, gli scarponi antinfortunistici si trasformarono in un meraviglioso paio di scarpe dai bordi neri lucidi con la tomaia bianca e, nonostante le mani gli diventarono pulite e ben curate, il colpo di classe fu dato dai capelli che, da duri e mal tenuti, si allungarono dando al meccanico un aria, come avrebbe detto lui stesso:” alla bittless” (traduzione: Beatles). Ormai lo swing continuava violento e il ritmo non lasciava respiro! I sax, ormai diventati lucenti, ripresero a ruggire mentre il clarinetto improvvisava assoli aspettando che il Barnaba lo seguisse. Barnaba ormai, provato dagli eventi, si portò la tromba alla bocca e, puntando la testa verso mondi solo a lui conosciuti, iniziò a soffiarci dentro gonfiando le guance come se fossero mongolfiere. Il batterista non aspettava altro per colpire con più violenza i suoi tamburi improvvisati lo swing andava libero, le percussioni e gli assoli dei fiati, che non avevano strumentisti, si libravano nell’aria imitando il volteggiare migratorio di uno stormo di rondini e, di conseguenza, il tutto si trasformò in un rapimento di menti e corpi che, senza obiettare si lasciavano trascinare come d’incanto, nei meandri più profondi del jazz più assoluto. “E’ il jazz” pensò Barnaba che continuò pensando:” non mi prenderai in controtempo” e con cenno di sfida continuò a pensare:” fatti sotto, sono qui e ti aspettavo da tempo”. Il batterista, per quanto ignorante, comprese al volo il pensiero del Barnaba che, ormai, considerava il suo più grande amico e, con un abile cenno, battendo il piede destro a terra,che con le scarpe nuove faceva ancora più rumore delle scarpe antinfortunistiche ( cosa mai vista prima), redarguì il resta della fantaband. A quel cenno il clarinetto e i due sax smorzarono la loro irruenza, mentre il basso-scopa intensificò il suo portamento in appoggio al batterista che con un breve cenno di assenso fece capire, a Barnaba,:” è il tuo momento. Dacci dentro maestro!”. Barnaba soffiò con talmente tanto vigore nella sua tromba che gli angeli, di qualche paradiso, si ammutolirono e in tutti i centri archeologici del mondo temettero il peggio inconsapevoli di quello che ancora doveva succedere Il batterista ormai vibrava le sue bacchette in modo continuo e dall’ andamento andante, continuando così la grande attesa. Il giorno diventò notte e il batterista neanche badò alla metamorfosi. In giro c’era poca “roba”infatti i topi si diedero assenti e la gente a casa non accese neppure i televisori, dato che la loro luce disturbava l’evento, i lupi in un primo momento fecero la voce grossa ma, impauriti, si misero la coda tra le gambe coinvolgendo, anche le formiche che lasciarono sul posto il loro enorme carico di pane e fecero ritorno nelle loro tane. Barnaba continuò ciò che aveva iniziato e quindi soffiava sempre con più vigore portando ai limiti lo strumento ma, non contento, con uno sguardo fece capire al batterista, che capì al volo e altro non attendeva, di prolungare l’attimo e così fu fatto. Barnaba ne approfittò e diede sfogo a tutta la sua conoscenza in materia di Jazz. Le sue guance e la sua fronte sarebbero sembrate un tutt’uno con la barba se non fosse stato che gli occhi gli diventarono come due palle giganti. Improvvisò un assolo che durò un periodo spazio-tempo indecifrabile tutto ciò che li circondava sparì di colpo. La fantaband iniziò ad impaurirsi e pian piano il clarinetto con i due sax, alla chetichella, tornarono al loro posto, dopo, matite, gomme e fogli di carta che, nel frattempo pensando di passare inosservati, avevano interpretato la musica con un balletto composto da movimenti concentrici e ritmati, si dileguarono per la paura di essere cestinati . Il basso-scopa, ormai stremato, gettò la spugna. Il batterista, da professionista, fu l’unico ad accompagnare il Barnaba, che nel frattempo infilò la sordina, per una chiusura degna di tale evento. Lo swing arrivò alla fine, e tranne qualche reminiscenza, nei giorni a seguire, in giro non si parlò mai di cio che era successo. Dopo lo schok Barnaba chiese al meccanico:” quanti soldi hai?” e prima che il meccanico dicesse la cifra Barnaba disse:” è tua!! “. Quando il batterista felice come un bambino, al quale avevano regalato il giocattolo più bello del modo, uscì a Barnaba venne in mente quando e regalò un paio di scarpe ad un ballerino di tango che si rivolse a lui per carpire i segreti del flamenco. E il maestro cominciò ricordare….
Commenti
Originaleeee
Venerdì, 26. Settembre 2008 15:00:03, da
sei gentilissima
Venerdì, 26. Settembre 2008 18:50:25, da Nazareno Nazareno
Il guaio di oggi...
Martedì, 14. Ottobre 2008 17:59:33, da kant.51
Avevo salvato un pezzo con "copia" e l'ho riaggiunto, ma il resto è inequivocabilmente perso e sono molto avvilita. Non scriverò più in diretta visto che non si salvano le pagine, non so quando ritroverò la voglia di rifarlo...pazienza, peggio per me, scusatemi...
Me nooooo!!!!!!
Martedì, 14. Ottobre 2008 18:56:56, da Nazareno Nazareno
Kentuscià!!!!!!
Mais,c'est magnifique!"!!!!!
P.S.
Per quanto riguarda il mio "franscese"!!!!
NO COMMENT
Young
Martedì, 28. Ottobre 2008 21:43:33, da